Trasformazione urbana. Verso un buen vivir nella propria città

Nel mio libro »Trasformazione urbana. Verso un buon vivere nella propria città« (2017, in lingua tedesca) viene descritto, come i cittadini e i vicinati si possono riappropriare della città e trasformarla in modo sostenibile. Il libro si basa sulle esperienze pratiche della »Giornata del buon vivere«, che a Colonia ha luogo dal 2013 una volta all’anno, a Berlino dal 2020. Anche Wuppertal sta pianificando questa Giornata, mentre Dresda pensa ad una »Settimana del buon vivere«.

Leggere in formato PDF

La Giornata del buon vivere di Colonia

Come promuovere la democrazia, la coesione sociale e la tutela ambientale nella propria città? Come si può rafforzare la resilienza ai tempi della »crisi multipla«? Come possono i cittadini trasformare insieme la propria città in un luogo, in cui passare addirittura le proprie vacanze?

Ogni trasformazione sociale deve essere considerata come campo di tensione fra forze e motivazioni diverse. Non esistono strategie preconfezionate universali per la trasformazione, essa deve essere considerata come processo di apprendimento individuale e collettivo. A questo processo possono contribuire anche laboratori ed esperimenti sociali nel reale.

Un esempio di laboratorio reale della trasformazione è la »Giornata del buon vivere« (Tag des guten Lebens), che ha luogo a Colonia una volta all’anno dal 2013. L’iniziativa è resa possibile dall‘Agora Köln (Colonia), un’alleanza non convenzionale tra società civile (movimenti ambientali, sindacati, gruppi culturali e artistici…,), istituzioni pubbliche e vicinati.

Questo movimento locale è servito come motore e catalizzatore in un complesso processo trasformativo, che inizia già un anno prima della Giornata con incontri di vicinato. Questo processo fa diventare un intero quartiere un bene comune (common), che come tale si autogoverna e si autosviluppa – almeno per un giorno. Ma ciò che è possibile per un giorno, è possibile tutto l’anno.

Durante la »Giornata del buon vivere« dalle 15 alle 35 strade di un quartiere sono completamente libere dal traffico (anche da auto parcheggiate) e dal commercio (non si può vendere e comprare nulla, ma solo condividere).

Lo spazio pubblico di un intero quartiere diventa un’agorà gestita collettivamente, in cui ogni vicinato può realizzare il proprio programma politico del buon vivere sulla propria strada. Questo programma viene elaborato democraticamente dal vicinato nel processo che precede la giornata (come si vuole vivere insieme? Che mobilità ed economia si vuole nel quartiere? ecc.).

La non commercialità della Giornata così come la disponibilità di spazi comuni promuovono un’atmosfera di fiducia e solidarietà nel locale, quella che l’»homo oeconomicus« e i movimenti xenofobi hanno alterato negli ultimi decenni. Questa atmosfera può essere promossa solo dal basso, là dove si può interagire personalmente. Gli spazi virtuali dei social media non bastano per ricreare fiducia: servono spazi sociali e culturali d’incontro fisici, che si possono autogestire e autoorganizzare – non solo per un giorno, ma tutto l’anno.

»Da quando ha avuto luogo la Giornata del buon vivere, ogni mattina ho bisogno di un quarto d’ora in più per andare a far la spesa, perché lungo il cammino vengo continuamente fermata a parlare con persone, che prima non conoscevo« (una cittadina di Colonia)

Il nome »Giornata del buon vivere« si ispira al dibattito sui modelli di benessere alternativi a quello della modernizzazione e della globalizzazione neoliberale. Il »buen vivir« è il modo in cui i popoli indigeni vivono da secoli in America latina. Essi preferiscono la sintonia con la natura (esteriore ed interiore) alla continua crescita economica; la solidarietà alla libera concorrenza.

 


Prologo al libro »Trasformazione urbana« (2017)

»Il mutamento climatico ci costringe ad un salto di civiltà« scrive il sociologo Wolfgang Sachs. E Ernst Ulrich von Weizsäcker: »Ci attendono grandi mutamenti. Mai prima l’umanità, noi, ci siamo trovati di fronte ad una sfida così grande«. La »Commissione scientifica sui cambiamenti ambientali globali« (WBGU) del Governo federale tedesco ha dedicato il suo rapporto del 2011 al nuovo »Contratto sociale« necessario per compiere la più grande trasformazione dalla Rivoluzione del Neolitico e quella Industriale. La trasformazione è oggi l’approccio centrale nel dibattito sulla sostenibilità.

Nella mia infanzia la trasformazione sedeva ogni giorno a tavola, attraverso le tre generazioni della mia famiglia.

1. La generazione dei miei nonni

I nonni avevano vissuto la più grande catastrofe del ventesimo secolo. Il fascismo e la guerra li avevano segnati profondamente per tutta la vita. Essi non smettevano mai di augurare a noi nipoti soprattutto una cosa: che l’esperienza della guerra ci fosse risparmiata, perché »la guerra è la cosa più brutta che esista«, eppure fatta dall’uomo.

La mia era una famiglia di contadini, che viveva nella campagna riminese sulla base di un’economia di sussistenza. Il fabbisogno alimentare veniva coperto soprattutto dall’autoproduzione.

Per i miei nonni la coltivazione di frutta e verdura, la creazione casalinga di salumi, così come il cucinare non erano un lavoro, ma una passione, in un certo senso un’arte. Gli ospiti venivano sempre accolti con il miglior vino della casa. Un gusto apprezzato era un riconoscimento molto più alto di un salario. In base a criteri convenzionali i miei nonni appartenevano allo strato sociale di bassa istruzione. In verità sono stati pochi gli insegnanti, che nella mia vita mi hanno formato così tanto. Nessun libro ha saputo trasmettermi il messaggio della pace e dell’antifascismo come loro. La loro abilità artigianale era di tutto rispetto; veniva tramandata da generazione a generazione.

Era una generazione che non conosceva i sigilli »biologico« o »organico«. I miei nonni non sapevano nemmeno cosa volesse dire »sostenibile«. Eppure una coltivazione organica priva di sostanze chimiche per loro era il modo più comune di coltivare la terra, da generazioni.

Per i miei nonni un’agricoltura senza chimica era una cosa normale, da generazioni

Mio padre si ricorda ancora dei raccolti di frutta e verdura degli anni Cinquanta. Essi non erano più scarsi di quelli odierni, »nonostante non si spruzzasse nessun veleno«. La sua spiegazione: »Forse era per via dell’elevata biodiversità. I parassiti  allora avevano ancora nemici naturali. Gli alberi da frutto erano quasi piante selvatiche, senza alcuna selezione artificiale come oggi«.

La nostra famiglia apparteneva al ceto basso. Durante la guerra aveva visto crollare il sistema di approvvigionamento. Lo stato di necessità aveva ribaltato le gerarchie sociali tra città e campagna, tra borghesia e contadinato.

Nel 1944 gli abitanti di Rimini durante i bombardamenti erano fuggiti nelle campagne circostanti, proprio dove vivevano i miei nonni. Quelli che erano stati cittadini borghesi avevano ora un aspetto miserabile. Come animali affamati si gettavano sui campi coltivati, infilando le mani nude nel fango, alla ricerca di patate. Che fossero stati professori, impiegati o uomini d’affari, non contava più nulla.

In tempi di grande crisi sono i piccoli contadini quelli che sopravvivono meglio, perché sono la zappa e la terra che garantiscono la nostra sopravvivenza.

A casa nostra i soldi erano sempre troppo pochi, ma a dir la verità non ne servivano molti. Molte cose venivano prodotte in casa, riparate e trasformate, ma soprattutto condivise. Fra parenti e vicini di casa si condivideva il sapere, gli attrezzi, spesso anche gli alimenti. Ci si aiutava a vicenda, sia che si trattasse del raccolto o della costruzione di una nuova casa. Le persone donavano molto l’uno all’altra, coltivando così una fitta rete sociale che non lasciava mai cadere nessuno – a patto si rispettassero certe regole.

Nella sua vita il mio nonno paterno (Giuseppe) non riuscì mai a raggiungere uno status sociale elevato. Ciò nonostante nel 1982 la sua bara fu seguita da una processione lunghissima di persone: quasi tutti gli abitanti del paese vennero a dargli l’ultimo saluto.

Chi può contare ai tempi di Facebook su una partecipazione ampia al proprio funerale?

2. La generazione dei miei genitori

Mio padre e mia madre sognavano l’emancipazione – e questa era anche una questione privata.  Parenti e vicini costituivano una rete sociale capace di dare sicurezza. C’era però un rovescio di medaglia: un alto grado di controllo sociale. Una pianificazione della vita che non corrispondesse alle aspettative o un comportamento contrario alla norma, poteva essere punito con una lenta, ma inesorabile emarginazione. Ognuno conosceva l’effetto devastante dei pettegolezzi di paese, che ribollivano non appena una madre lasciava il marito o un uomo mostrasse movenze femminili.

L’atteggiamento verso i »devianti« era sintomatico del fatto, che l’autorealizzazione personale veniva già inibita all’interno della famiglia. Mia madre mi raccontò dei duri scontri che da giovane aveva avuto con suo padre, solo per essersi permessa di indossare i pantaloni invece della gonna.

A vent’anni ella sposò mio padre, trasferendosi a casa della sua grande famiglia patriarcale. Qui non era però disposta ad accettare ogni regola. Non era ad esempio d’accordo a consegnare l’intero salario ai capi famiglia; di assoggettarsi ai suoceri. I duri conflitti, che ne scaturirono, spinsero ad un certo punto i miei genitori a lasciare la famiglia patriarcale e a trasferirsi in una casa propria nel centro del paese, come famiglia nucleare moderna.

Il problema dell’emancipazione non riguardava solo il rapporto tra le generazioni, ma anche quello tra i sessi. Mia madre si rifiutò di fare la brava casalinga, capace di stare ai fornelli, mentre l’uomo si occupa delle pubbliche relazioni nelle osterie di paese. Lei aveva fatto solo la scuola elementare, ma sapeva quanto fosse importante l’istruzione per l’emancipazione personale. Così decise di frequentare una scuola serale, per ottenere almeno il diploma di scuola media. Invece di sostenerla a mio padre venne il panico, temendo di perdere il controllo sulla moglie. Ma lei rimase fedele al suo piano. Fu allora che mi resi conto di quanto possano essere intimi i mutamenti sociali, di quanto possano essere politici i sentimenti e le emozioni.

È raro che le trasformazioni sociali abbiano luogo senza conflitti.

Al contrario esse hanno spesso proprio bisogno dei conflitti come spinta – dell’emersione della contraddizione. Chi preferisce sopprimere il conflitto solo per preservare l’apparenza di un ordine esistente (l’immagine idealizzata della famiglia o di modelli armoniosi di società), impedisce non solo la trasformazione come continuo processo di apprendimento, ma costringe gli altri (e in un certo senso anche il proprio interiore) a sottostare ad una logica di omologazione. Emancipazione significa anche una liberazione del sé – da una morale e da una doppia morale. Apprendere la trasformazione significa sviluppare e praticare la tolleranza, invece di reprimere la vitalità, l’umanità e l’autenticità.

Apprendere la trasformazione significa imparare a rapportarsi con il conflitto, con la contraddizione e con il diverso.

Mio padre, gli zii e le zie intendevano l’emancipazione principalmente come questione politica. Negli anni Settanta tutti erano molto impegnati sulle piazze d’Italia. Questa generazione non era più disposta ad accettare una discriminazione strutturale, alla quale gran parte della società (compresa la nostra famiglia) era stata condannata per generazioni.

Sebbene tutti votassero lo stesso partito (il PCI di Berlinguer) e andassero ogni domenica a messa, non c’era pranzo di Natale o di Pasqua che non finisse in lite politica fra parenti.

La lotta politica per la giustizia sociale era tuttavia destinata a rimanere senza conseguenze durante la Guerra Fredda, visto che all’Italia venne negata una vera democrazia, così come a molti altri Paesi. Sebbene i ricordi dell’ultima guerra fossero ancora vivi, dominava un’atmosfera di tensione e la paura di un nuovo conflitto mondiale, che probabilmente sarebbe stato l’ultimo.

Una volta mio padre mi prese con sè ad un dibattito pubblico a Rimini, durante il quale un esperto spiegò quali conseguenze avrebbe avuto l’esplosione di una testata nucleare di un megatone sulla nostra regione. Sulla parete venne proiettata la mappa della zona con più cerchi concentrici. Il punto centrale rappresentava il centro dell’esplosione di un SS-20 sovietico: la base militare NATO di Miramare, in cui allora erano stazionati bombardieri americani con armi atomiche, in costante stato di allarme.

In un raggio di sei chilometri la distruzione sarebbe stata totale, senza quasi nessuna possibilità di sopravvivenza per la popolazione, spiegò l’esperto. Il nostro paese si trovava nel raggio di 15 chilometri. Chiunque si fosse trovato in spazi aperti al momento dell’esplosione avrebbe riportato ustioni di secondo grado. La zona sarebbe stata completamente coperta da radiazioni nucleari, con un aumento generale dei tassi di tumore.

Erano queste le prospettive con cui venivamo confrontati allora. Chi aveva i soldi, sopprimeva la paura costruendosi un bunker anti-atomico nel proprio giardino. Mio padre preferiva andare alle marce della pace a Roma. Spesso mi portava con sé, ad esempio il 22 ottobre 1983, quando un milione di persone protestò sulle strade contro lo stazionamento dei Pershing americani in Italia. Insieme lottavano contro un sentimento di impotenza; la sensazione che la propria esistenza fosse completamente in mano al volere arbitrario di due grandi potenze mondiali.

Poi improvvisamente la Guerra fredda finì. Questa volta non furono né le armi né la violenza a portare alla svolta decisiva, ma una rivoluzione culturale: quella della Perestroika e della Glasnost.

Il 1989 suscitò grandi speranze nella società mondiale. Allo scioglimento del Patto di Varsavia nel 1991 avrebbe potuto seguire quello della NATO. Nella »Casa comune dell’Europa« (Gorbaciov 1987) i Paesi dell’est e dell’ovest avrebbero potuto trovare un tetto comune, vivere in pace e smantellare completamente i loro arsenali atomici. In Polonia, Ungheria e Romania fu introdotta la democrazia, mentre in Italia un sistema politico corrotto, che per quasi 50 anni era sopravvissuto ad ogni scandalo possibile immaginabile, cadde improvvisamente come un castello di carte.

L’imponente massa di risorse e mezzi finanziari, che per decenni erano stati utilizzati per la corsa agli armamenti, avrebbe potuta essere investita ora nella conversione sociale ed ecologica della società mondiale. Questa visione portò al Summit della Terra a Rio de Janeiro nel 1992, conclusosi con il varo dell’Agenda 21. Ma le aspettative di uno sviluppo sostenibile vennero presto deluse.

3. La mia generazione

Perché la »grande trasformazione« verso la sostenibilità, allora quasi a portata di mano, fallì? Che possibilità ci rimangono per cambiare la società? Queste sono le domande che ora si deve porre la mia mia generazione. Per i nostri figli potrebbe essere troppo tardi.

Nel libro »Trasformazione urbana« (2017) sostengo la tesi che una trasformazione verso la sostenibilità può partire dal basso, con l’attivazione e la cooperazione dei cittadini nel locale. Il primo passo è la riappropriazione degli spazi di vicinato; la riconquista delle strade, dei quartieri e della città, trasformandoli in un bene comune (common) da modellare e autogestire insieme.

Questo approccio è stato messo in pratica su iniziativa del sottoscritto a Colonia (dal 2012) e a Berlino (dal 2017). Anche se questo approccio di trasformazione non è del tutto nuovo, sono arrivato alla convinzione che questa sia la strada giusta attraverso una serie di osservazioni e riflessioni sugli sviluppi sociali degli ultimi decenni.

PRIMO. La sostenibilità non è solo nelle innovazioni tecnologiche del futuro, ma anche nelle tradizioni del passato. Mio padre ha ereditato nel frattempo i terreni dei suoi genitori. Continua a ricopre il fabbisogno alimentare della famiglia con l’autoproduzione, limitando l’impiego di sostanze chimiche. Non ne può fare totalmente a meno: »Senza pesticidi ci sarebbe oggi un’invasione di parassiti. La biodiversità non esiste più, essa è il nemico naturale dei parassiti«. Gli agricoltori si sono resi dipendenti delle stesse tecnologie che hanno causato il problema. Questo forse va a vantaggio dell’industria chimica e del prodotto interno lordo, ma è davvero un progresso?

Negli anni Ottanta vidi con i miei stessi occhi quello che succede, quando una regione viene industrializzata. L’acqua dei fiumi, in cui prima i miei nonni facevano il bagno, era improvvisamente rossa, gialla, coperta di schiuma. Le aziende scaricavano i liquami direttamente nella natura, in Italia come in Germania. Il Reno veniva  soprannominato »la cloaca d’Europa«. Allora il consumo di massa veniva fortemente incentivato, ma un’infrastruttura adeguata per lo smaltimento delle montagne di rifiuti ancora mancava. Per la gente era quindi quasi normale abbandonare macerie, vecchie lavatrici e materassi ai margini dei fiumi e trasformare paesaggi naturali in discariche.

Queste immagini mi spinsero nel 1984, insieme ad un paio di amici, a fondare il primo gruppo ecologico nel mio comune. Con il »Gruppo Ecologico Villa Verucchio« (GEW) raccoglievamo ogni settimana i rifiuti abbandonati e ci autofinanziavamo con la raccolta e la vendita di carta da riciclare. Dopo il disastro nucleare di Chernobyl diventammo parte del movimento antinucleare, raccogliendo anche nel nostro paese firme per il referendum sull’abolizione del nucleare. Nel novembre 1987 l’80 percento degli Italiani si espressero contro il nucleare. Anche se nel frattempo ci sono state corretture di sviluppo (l’acqua del Reno e l’aria sulla Ruhr sono puliti) nessuno può parlare di successo nel movimento ambientalista. Lo dimostra il mutamento climatico.

Perché siamo ancora cosi lontani da una trasformazione ecologica della società, nonostante se ne parli da decenni?

Nonostante la tutela dell’ambiente sia un problema tanto esistenziale quanto la pace, i movimenti ambientalisti e pacifisti sono stati vittima della logica moderna della specializzazione. Le loro richieste vengono percepite come obiettivi settoriali, attirando un’attenzione altrettanto limitata. Nelle istituzioni le organizzazioni ambientaliste trovano interlocutori in enti deboli, come il Ministero dell’Ambiente o l’Assessorato all’Ambiente.

Problemi sistemici richiedono invece un approccio sistemico e quindi un movimento sistemico.

4. Un movimento locale sistemico

L’unica possibilità che ha la trasformazione di realizzarsi è attraverso la combinazione di richieste diverse, ad esempio quella di un traffico sostenibile (attraverso l’attuazione di »domeniche senza traffico«) con quella di una maggiore coesione sociale attraverso iniziative di vicinato. Queste e altre richieste devono essere concepite e comunicate in un contesto più ampio, come parte di un’unica cultura, come modo e stile di vita.

Un movimento sistemico non ha pretesa di universalità, ma coniuga le diversità in una rete comune, permettendone l’espressione reciproca. Esso è capace di rappresentare gli accademici e allo stesso tempo i piccoli agricoltori, attraverso un linguaggio possibilmente inclusivo invece che esclusivo (il termine buon vivere è più aperto di sostenibilità). Le parole non sono sempre la via migliore per comprendere la complessità e per promuovere l’unità nella diversità: l’espressione di un sentimento può dire più di mille parole.

Un movimento sistemico è collocato nel locale, perché proprio esso ha bisogno di elementi di identificazione sociale – di un common.

Il quartiere, la città, la regione sono più a misura d’uomo che non la nazione o l’Unione Europa. Per questo il locale è più capace di creare identificazione nella diversità.

L’uomo è un essere cognitivamente e fisicamente limitato. Un approccio sistemico porta con sè una complessità che deve essere ridotta, per essere comprensibile e gestibile. Anche per questo si consiglia di focalizzare l’attenzione e l’azione sul locale, trattando però tutti i temi insieme: ecologia, economia, sociale e cultura.

5. Trasformazione culturale

Nel 1989 decisi di studiare Filosofia all’Università di Bologna. Mi sembrava il modo migliore per non specializzarmi, per poter osservare la realtà nella sua interezza olistica. Volevo comprendere le interconnessioni secondo l’insegnamento della prima legge dell’ecologia: »ogni cosa è connessa con qualsiasi altra« (Commoner 1973).

Questi studi però non soddisfavano completamente le mie aspettative, avevo bisogno di una prospettiva più terrena e dopo due anni passai allo studio di Sociologia nella Facoltà di Scienze politiche. Tuttavia le lezioni su Kant, quelle del professor Umberto Eco sulla semiotica, l’approfondimento dell’antropologia culturale mi avevano fatto capire quanto fosse importante la cultura. Ogni trasformazione sociale è contemporaneamente una trasformazione culturale.

Cultura e natura non sono elementi contrapposti: la cultura dei miei nonni era stata per secoli parte di un equilibrio ecologico; nella storia la distruzione delle culture locali ha accompagnato quella della biodiversità. La modernizzazione nega queste correlazioni,  materializzando un pensiero separatorio, in cui naturale e artificiale, corpo e intelletto, vecchio e nuovo, tradizione e modernità, comunità e individuo non vengono solo disgiunti, ma concepiti in modo gerarchico.

Quando oggi vado a trovare i miei genitori in Italia, non trovo quasi più nulla che mi ricordi il vecchio paese nel quale sono cresciuto. La modernizzazione si è materializzata attraverso la sostituzione delle vecchie case contadine con un’architettura omologata, kitsch, sterile e anonima, che non ha nulla a che fare con il territorio. In tal modo lo spazio comune perde la sua capacità di generare un’identificazione emozionale e quindi comunità.

Da bambino sentivo parlare a casa e nel vicinato solo dialetto. Già l’utilizzo di questa lingua locale favoriva una sensazione unica di appartenenza. Ma oggi il dialetto romagnolo sta morendo e viene mantenuto in vita artificialmente, quasi fosse un fenomeno esotico. In campagna le giovani generazioni percepiscono le tradizioni come una sorta di svantaggio nella competizione moderna e hanno poco interesse ad ereditare le fattorie agricole dei propri genitori. Essi preferiscono trasferirsi in città (l’incarnazione della modernità). Ma come ha potuto la cultura della modernizzazione diffondersi così velocemente ed imporsi così efficacemente, travolgendo culture locali secolari?

Una caratteristica importante del programma culturale della modernizzazione è la sua pretesa universalista, che svaluta ogni alternativa (come arretrata, come freno alla crescita economica).

Per questo la modernizzazione è l’incarnazione della »monocultura«. Il suo dominio si basa meno su una supremazia di contenuti, bensì su una supremazia mediatica in senso ampio.

La modernizzazione ha avuto inizio con una »Colonizzazione dell’immaginazione« e una nuova »(re-)programmazione mentale« (Hofstede 2009) – attraverso le istituzioni scolastiche, i mass-media, gli apparati del marketing e dell’»industria culturale« (Horkheimer/Adorno 1944). Contro un tale potere mediatico la generazione dei miei nonni poteva solo perdere.

La trasformazione verso la sostenibilità necessita di un confronto non solo sul programma culturale della modernizzazione, ma anche e soprattutto sul potere mediatico che lo trasporta o lo sostiene a livello mondiale.

E se »il medium è il messaggio« (cfr. McLuhan 1967), la sostenibilità non ha solo bisogno di critica culturale, di controculture e di una rivalutazione dei saperi locali, ma anche di media alternativi da quelli della modernizzazione e della globalizzazione. Un medium importante per la sostenibilità è la comunicazione umana e sociale, quella faccia a faccia, l’esperienza di gruppo. In questi tipi di comunicazione la persona è fisicamente presente, non un’apparenza virtuale intercambiabile. La forza dell’incontro umano risiede proprio nella sua emozionalità, nel carattere vincolante e confidenziale che ne possono scaturire. Mentre soprattutto la realtà mediatica è una realtà costruita, che può essere manipolativa. La comunicazione personale deve misurarsi in maniera molto più forte con la realtà circostante vera e propria e può allo stesso tempo trasformarla attivamente.

La domanda ora è, se nell’epoca dello stress e dei social networks virtuali ci siamo dimenticati di come funzioni la comunicazione personale. In questo caso sono proprio progetti come quello della Giornata del buon vivere a fungere da scuola per riapprendere come stare con gli altri.

SECONDO. La generazione dei miei genitori è stata capace di comprendere la grande rilevanza dell’emancipazione e della questione sociale, tuttavia a partire dagli anni Ottanta essa si è ritirata sempre di più nel privato, allontanandosi progressivamente dall’impegno politico.

Questa depoliticizzazione della società non ha avuto solamente cause endogene. La reazione al vento del 1968 fu in Italia la cosiddetta »Strategia della tensione«.

Molti politici, giudici e giornalisti vennero assassinati. Ci furono le bombe sui treni, solo lo scoppio della bomba alla Stazione centrale di Bologna il 2 agosto 1980 costò la vita a 85 persone. Il terrorismo scosse l’intero Paese. Anche alle manifestazioni pacifiste c’era una presenza massiccia di forze d’ordine (celere), non era raro finire sotto i manganelli. La frequente associazione con la violenza ha portato ad una forte svalutazione delle alternative politiche e della resistenza politica.

Negli ultimi decenni sempre più persone hanno avuto l’impressione di poter cambiare ben poco nella società. Il consumismo e l’intrattenimento offerto dalle televisioni private a partire dalla metà degli anni Ottanta sono state un modo di compensare la rassegnazione politica diffusa. Ormai anche nel dibattito sulla sostenibilità gli individui sono spesso considerati come consumatori piuttosto che come cittadini. La depoliticizzazione è tuttavia anche la conseguenza della progressiva omologazione dei partiti:

»La sinistra non è stata capace di sviluppare un’alternativa […]. La destra è oggi molto forte nei Paesi dell’Europa orientale, guarda caso proprio dove i partiti socialisti e socialdemocratici godevano di ampio supporto. Proprio questa sinistra ha preferito però sottomettersi agli interessi di mercato, invece di rappresentare gli interessi dei ceti più deboli. L’alienazione politica viene però anche dal basso, perché tutti i vettori della vita sono a misura dell’individuo: l’individualizzazione porta con sé l’idea, che la mia origine sociale non sia più decisiva nel determinare il corso della vita. Non ci si sente più parte della classe dei lavoratori nel senso di una comunità politica. Il festeggiare insieme, le associazioni comuni, le cooperative, ciò per cui la socialdemocrazia si è sempre fatta forte, stanno scomparendo – e così anche il milieu, sul quale basava la forza dei partiti di sinistra« (Nachtwey 2016)

Sempre più persone non si sentono più rappresentate in Parlamento e rimangono lontane dalle urne. La politica istituzionalizzata si limita ormai solo ad amministrare, ciò vale soprattutto in tempi in cui le casse pubbliche sono vuote. Si pone dunque la domanda, dove la politica (nel senso genuino del termine) possa aver luogo.

6. Ricreare e riconquistare l’Agorà

L’idea fondamentale della Giornata del buon vivere di Colonia è stata quella di creare nella città spazi in cui la democrazia possa essere vissuta attivamente e creativamente da ogni cittadino. Questi spazi si trovano anche nelle università o nei teatri, anche qui si possono sviluppare e praticare nuove forme di politica.

La generazione dei miei genitori voleva emanciparsi, ma la strada perseguita non ha portato ad una maggiore autodeterminazione, perché le vecchie dipendenze sono state sostituite da nuove. Nella società moderna diminuisce l’autoapprovvigionamento, mentre aumenta la dipendenza dall’approvvigionamento esterno. La soddisfazione dei bisogni può avere quindi luogo solo attraverso la disponibilità di denaro. Per guadagnare denaro, si deve rinunciare all’autodeterminazione per 30/50 ore alla settimana e sottomettersi ad un datore di lavoro. Il salario non permette solo di soddisfare i bisogni primari, ma anche attività di tempo libero. La libertà moderna tuttavia è spesso tanto libera quanto la scelta di prodotti sullo scaffale di un supermercato. La dipendenza dal lavoro retribuito è ulteriormente aumentata anche perché la macchina della pubblicità ha moltiplicato i nostri bisogni. Anche i rapporti sociali sono stati progressivamente monetarizzati. Lo smantellamento dello Stato sociale e la precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno inoltre portato ad una paura diffusa di fronte alla possibilità di declassamento sociale e di emarginazione. Questa paura ha reso le persone ancora più servili. Esse hanno abbandonato il loro impegno politico, preferendo investire ancora più energie nella competizione socio-economica.

Per una trasformazione verso sostenibilità è necessario liberare i cittadini da questo circolo vizioso di dipendenze.

La strada verso l’emancipazione passa anche attraverso una demonetarizzazione, una decommercializzazione e una dematerializzazione dei rapporti sociali e degli stili di vita. Non si tratta solo di creare nuovi modelli di lavoro, ma anche di rafforzare le strutture pubbliche e dei beni condivisi; di sviluppare forme di cooperazione e di comunità aperte: la vecchia comunità di paese, chiusa e uniforme, era sì capace di offrire un’elevata sicurezza sociale, ma spesso al prezzo della libertà di autorealizzazione personale.

TERZO. La promessa della globalizzazione neoliberale era quella di una maggiore coesione nella società mondiale, a patto che i mercati venissero liberalizzati e il commercio internazionale facilitato. Quello che si è verificato è stato proprio il contrario. »Non sono mai stati costruiti così tanti muri [visibili e invisibili] come dopo la caduta del muro di Berlino«, afferma il filosofo Roberto Esposito. Il divario tra ricchi e poveri, i fenomeni anomici (corruzione, evasione fiscale, criminalità organizzata, xenofobia, furia omicida ecc.), le polarizzazioni e i conflitti internazionali sono aumentati. I profitti vengono in gran parte privatizzati e i costi della crisi finanziaria del 2008 sono stati socializzati (sia attraverso il salvataggio delle banche da parte dello Stato sia attraverso un’ulteriore perdita di solidarietà nella società).

Ciò nonostante nessun governo ha il coraggio di mettere le mani sulle cause della crisi. Una vera regolamentazione dei mercati finanziari finora non ha avuto luogo. L’Unione Europea sembra essere più interessata a stipulare trattati internazionali sul commercio e gli investimenti (TTIP con gli Stati Uniti, CETA con il Canada…) piuttosto che introdurre una »Tobin tax« sulle transazioni internazionali. Le istituzioni, i trattati e gli interessi che hanno imposto la globalizzazione neoliberale hanno oggi il potere di revocare un’intera democrazia – e quello che è stato fatto con la Grecia dal 2010 in poi è stata una lezione dura di cui ricordarsi.

Anche se i movimenti sociali possono arrivare ad ottenere correzioni del sistema, questo ordinamento mondiale è talmente potente, da potersi compromettere solo con le proprie mani. Per questo una trasformazione verso la sostenibilità deve partire proprio là dove esistono ancora spazi aperti per un mutamento sociale, cioè nelle realtà locali.

7. Ripartire dal locale

Nella gerarchia delle istituzioni, le regioni, i comuni, i distretti e i quartieri sono sì gli attori più deboli, ma proprio per questo partner potenziali di un processo di cambiamento, essendo più vicini ai cittadini e più facilmente influenzabili da questi.

»La crisi finanziaria è stata una crisi di fiducia« – e la domanda è dove sia possibile ricreare la fiducia necessaria ad una rifondazione della democrazia e del mercato.

La fiducia può rinascere soprattutto là dove le persone si incontrano (o possono incontrarsi) personalmente, nel quotidiano, vale a dire nel vicinato.

L’approccio localistico della trasformazione non deve però condurre ad una riproduzione o addirittura ad un inasprimento delle diseguaglianze sociali, dove i quartieri benestanti promuovono il »buon vivere«, mentre quelli più poveri vengono marginalizzati sempre di più. »I rapporti tra comunità indipendenti e autonome devono in qualche modo essere giustificati e regolamentati« (Harvey 2013).

E‘ necessario creare una rete sovraordinata, federale, tra le comunità di base (ad esempio i vicinati), che definisca, applichi e controlli meccanismi di distribuzione equi, capace di collegare l’azione locale con una responsabilità globale e un movimento globale.

Per molti anni l’internazionalità è stata uno status symbol, anche in ambito scientifico, mentre quasi nessuna università ha considerato la propria città come campo d’azione e partner importante. Anche nel dibattito sulla sostenibilità il termine »locale« suona spesso come »provinciale«, mentre la trasformazione viene perseguita soprattutto attraverso conferenze internazionali. Ciò ha contribuito ad allontanare sia la scienza che il dibattito sulla sostenibilità dalla realtà quotidiana dei cittadini. I risultati assai modesti della strategia internazionale della sostenibilità ci hanno dimostrato quanto fosse ingannevole questa strada: dall’alto verso il basso, dal globale al locale. E‘ tempo di imparare questa lezione e di intraprendere un’altra strada nella trasformazione.

8. Conclusioni: dall’Italia alla Germania

Vivo in Germania dal 1992. Allora in Italia c’erano ancora persone che mi rimproveravano: »Come fai a vivere proprio nel Paese che allora causò così tanta sofferenza,  perpetrando massacri ovunque?« Ma proprio questo era per me il motivo per venire qui in Germania.

Volevo capire come proprio la patria dei grandi filosofi, che all’università mi avevano così affascinato, potesse aver creato Auschwitz.

Volevo capire, in che relazione stesse il progresso con il declino delle civiltà.

Allora l’Italia era per me un Paese cattolico, centrato sulla famiglia, in parte conservatore. Ero quindi alla ricerca di strutture sociali più tolleranti, di modelli di famiglia e comunità più aperti – e associavo questa possibilità con i Paesi illuminati e protestanti del Nord Europa. Nel frattempo la mia immagine della Germania è più differenziata di allora. Il protestantesimo è stato anche la culla del Capitalismo, diceva Max Weber. Ma Colonia è una città multiculturale.

Come in Italia, anche in Germania ho voluto orientare il mio modo di vivere ad un principio: se sento la mancanza di qualcosa, posso crearmela insieme agli altri.

Lo sviluppo della società non è un destino irreversibile. È possibile cambiare la nostra stessa città e regione, fino a farle diventare i luoghi in cui preferiamo trascorrere le vacanze.

In Germania sono stato per molto tempo soprattutto un »immigrato« e la provenienza da un Paese esotico (»bella Italia!«) non mi ha reso la vita solo più facile, anzi. Tuttavia gli immigrati rappresentano una grande risorsa per una trasformazione della società verso la sostenibilità, perché per essi non esiste  normalità scontata; perché i migranti osservano la realtà dal punto di vista dello straniero.

Come uomo di frontiera il migrante è ambasciatore di una realtà diversa e possibile.

I migranti, che puntano ad una emancipazione oltre la modernizzazione, sono potenziali change agents (agenti di cambiamento). E non dimentichiamoci, che in ognuno di noi, nel proprio interiore, è un migrante.

Per il libro »Trasformazione urbana« ringrazio l’associazione Die Urbanisten di Dortmund, la piattaforma Agora Köln così come Ecosign/Accademia del design per la fiducia, il supporto e la buona collaborazione degli ultimi anni. Ringrazio tutti coloro che hanno sostenuto e contribuito a questa pubblicazione. La lunga lista inizia con i miei nonni e i miei genitori, che molti anni fa sono stati la mia prima ispirazione.

Il libro è dedicato a mia figlia Maia e alle future generazioni.

—————————-
Tratto dal libro (traduzione dal tedesco):
  • Titolo: Trasformazione urbana. Verso un buen vivir nella propria città. Progetto sostenibile –  La »Giornata del buon vivere« a Colonia
  • Autore: Davide Brocchi.
  • Prefazione di Uwe Schneidewind, Presidente dell’Istituto di Wuppertal.
  • Pubblicato nel 2017 da VAS-Verlag, Bad Homburg (Germania).
  • ISBN: 978-3-88864-549-5

 

Schreibe einen Kommentar

Deine E-Mail-Adresse wird nicht veröffentlicht. Erforderliche Felder sind mit * markiert.

Datenschutzerklärung
Auch ich verwende Cookies, um Ihnen die Nutzung dieser Website so angenehm wie möglich zu gestalten. Über Ihren Webbrowser können Sie diese einschränken, blockieren oder entfernen. Möglicherweise werden auch Inhalte von Dritten verwendet, die Tracking-Technologien verwenden können. Nachfolgend können Sie selektiv Ihre Einwilligung erteilen, um solche Einbettungen von Drittanbietern zu ermöglichen. Ausführliche Informationen dazu finden Sie in unseren Datenschutzerklärung
Youtube
Einwilligung für Inhalte aus diesen Bereichen - Youtube
Vimeo
Einwilligung für Inhalte aus diesen Bereichen - Vimeo
Google Maps
Einwilligung für Inhalte aus diesen Bereichen - Google
Spotify
Einwilligung für Inhalte aus diesen Bereichen - Spotify
Sound Cloud
Einwilligung für Inhalte aus diesen Bereichen - Sound
Kontakt